venerdì 23 ottobre 2009

Fosse vero...

Oggi: solo lunga citazione (dal Velino, non me ne voglia Matteo, ma almeno è saggia...).

"Sappiamo praticamente tutto su come NON fare le riforme istituzionali. E’ stato un esercizio brillante, tradotto in dichiarazioni più o meno sensazionali, a partire dal 1976 (la Grande Riforma di Craxi), passando per la prima Bicamerale presieduta dal liberale Aldo Bozzi (1983-85), poi è toccato al duo democristiano-comunista De Mita-Iotti (1992-94), poi la Grande Occasione è arrivata al pidiessino Massimo D’Alema (che non ha saputo che pesci prendere), infine alla banda dei quattro saggi di Lorenzago della Casa delle Libertà. Questi ultimi la riforma la fecero davvero cambiando 56 articoli su 138, un po’ troppo per quel che rimaneva della sinistra e, forse, anche per i cittadini che la bocciarono grazie ad un referendum senza quorum e senza entusiasmo. Adesso, Berlusconi vuole riprovarci. E’ il caso di sottolineare quali sono le parole d’ordine inutili, da non pronunciare, e gli errori da evitare.


Primo: “cerchiamo un accordo con l’opposizione”. E’ assolutamente ovvio. Secondo: “se no, andiamo avanti da soli”. E’ altrettanto ovvio. Terzo: “le riforme si possono fare a (colpi di) maggioranza”. Certamente, sì. Quarto: “usiamo l’art. 138”. Elementare, senza quell’articolo, nessuna riforma. E allora? Il bivio mi pare che conduca, finalmente, da una parte, verso un disegno organico che, se i consiglieri di Berlusconi hanno imparato qualcosa dovrebbe essere costruito per pacchetti chiaramente separati: Stato-Regioni, forma di governo, magistratura, parlamento, su alcuni dei quali si potrebbe avere anche il consenso dell’opposizione e, comunque, su ciascuno dei quali chi non ci sta dovrà chiedere un referendum specifico. L’altra strada porta verso uno scambio che potrebbe essere vantaggioso per tutti: Popolo della Libertà, Lega, UDC, Partito Democratico, Italia dei Valori. Bisogna cominciare dalla legge elettorale, facendo tesoro della valutazione saggia e sobria di uno degli estensori, il Sen. Roberto Calderoli: è una porcata .

Esiste, credo, un minimo comun denominatore: una legge elettorale proporzionale con soglia di esclusione che non scoraggi il bipolarismo. Non ne sono un fan senza riserve, poiché preferisco di gran lunga il doppio turno francese, ma la legge elettorale tedesca, presa in blocco, è portatrice di grandi opportunità politiche per tutti gli attori partitici e, soprattutto, per l’elettorato che si vedrebbe restituito un po’ di sano potere di scelta, anche dei candidati, forse delle alleanze. Smussate le resistenze della parte intelligente del centro-sinistra, Berlusconi potrebbe procedere alle sue riforme con minori difficoltà. Quando lo scontro si farà più aspro, ad esempio, inevitabilmente, sulla magistratura, sarà poi il caso di riformare non soltanto quanto attiene ai processi penali, ma soprattutto a quelli civili che toccano da vicino, con le loro intollerabili lentezze, moltissimi cittadini. Allora, il Partito Democratico sarà interessato in qualche modo a collaborare e i magistrati dovranno fare la loro parte, smettendo di difendere la corporazione come se fosse tutta un luogo di eccellenza, per di più sapendo che non la è. Alla fine, la parola torni pure ai cittadini che avranno la spettacolare opportunità di imparare qualcosa sulla Costituzione venendo ampiamente informati su ciascuno dei pacchetti riformatori e saranno poi messi in condizione di scegliere il meglio dei pacchetti. Almeno sulla carta, mi sembra che siamo arrivati ad un punto di svolta che, a determinate condizioni, riuscirebbe a migliorare il sistema politico italiano. Laicamente (temo la reazione dei teo-dem…) e senza illusioni (ma anche senza pasticci e senza recriminazioni)."
(Gianfranco Pasquino, da il Velino, 21 Ott.)

Ps. continuo con citazioni dotte provienti dal centro-sinistra "dotto", sono la migliore dimostrazione di un Paese che ragiona e non ha bisogno del Prep (Partito Repubblica) ma di un partito democratico che ragioni sui problemi. Poi, mentre il Pdl si affretta a proporre nuove riforme (che sia per il Paese o per salvare le chiappe al Silvio, o per entrambi) il magnifico Capo del Pd, signor calza-azzurra, gli sbatte la porta in faccia e propone: "No a donne-oggetto. Una legge per tutelarne la dignità." Evvai!!!



martedì 20 ottobre 2009

L'ultracasta

«Quella dei giudici e dei pubblici ministeri [...] è la madre di tutte le caste. Uno Stato nello Stato, governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l’agenda alla politica. Un formidabile apparato di potere che, sventolando spesso a sproposito il sacrosanto vessillo dell’indipendenza, e facendo leva sull’immagine dei tanti magistrati-eroi, è riuscito a blindare la cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi»
(Stefano Livadotti, Magistrati: L'ultracasta; Bompiani 2009)


giovedì 8 ottobre 2009

Sul lodo (per chi ama la storia)

Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sulla bocciatura del Lodo Alfano. Non saprei cosa dire di intelligente. Posso solo dire e riaffermare che non mi ritrovo in quella massa di gente, e soprattutto di giovani, che oggi gioiscono credendo che sia stata fatta giustizia. La storia, in realtá, è molto più complessa e pensare che Silvio Berlusconi sia "il" problema, il solo problema è facile, comodo, perfino divertente. Ma non è ciò che la storia ci dice. L'attuale presidente del consiglio è certo un problema in quest'Italia malata, ma egli è anche, nel bene e nel male, una frattura in un Paese dominato per anni dal conformismo di sinistra (e ci metto anche la DC). Morale, sul lodo lascio il commento al velino qui sotto. Per il futuro, penso che non approfittare di questa frattura sarebbe per la nuova politica, quella che guarda al futuro, un grave errore. Lasciare che Di Pietro, Travaglio, o le toghe si impossessino della politica è un pericolo sottovalutato. Davvero il PD sarebbe il primo a beneficiarne?

"Anche Giorgio Napolitano è stato colpito, e con particolare durezza, dalla sentenza politica della Consulta che ha bocciato il “lodo”. Il presidente della Repubblica lo aveva promulgato spiegando che era conforme al precedente pronunciamento dei giudici costituzionali, e il voltafaccia di ieri rende difficile anche per i suoi giuristi giustificare l’accaduto. Forse il giudizio espresso a caldo dal premier sul capo dello Stato è stato ingeneroso. Resta però il fatto che è difficile non esprimere allarme per il fatto che la Consulta si sia divisa e abbia sentenziato a maggioranza delegittimando persino il capo dello Stato e tutti quanti, a partire da Antonio Maccanico, uomo per eccellenza delle istituzioni, sostengono da anni che uno “scudo” per le alte cariche, temporaneo, che sospenda per un sola volta i processi, è la condizione per un sereno funzionamento delle istituzioni in un sistema squilibrato come il nostro. L’Italia è infatti l’unico paese dove i pm esercitano il loro potere al di fuori di ogni controllo che non sia quello degli organismi politicizzati della categoria. E esercitandolo sono in grado di condizionare la vita pubblica e di dettarne i ritmi con l’obiettivo di replicare i “fasti” di mani pulite. Hanno ormai un partito in Parlamento. Sono in grado di condizionare, stringendo o allentando la presa, molti dei suoi membri. E hanno, soprattutto, il controllo dell’informazione mainstream sui più importanti organi di stampa. E non solo. Sono da anni diventati, di fatto, anche gli sceneggiatori dei talk televisivi, dove dominano (con l’eccezione di Bruno Vespa) i loro referenti che conducono processi diffamanti in diretta persino quando le indagini sono alla fase preliminare e protette, è un eufemismo, dal segreto istruttorio.

Vedremo stasera se l’annunciata puntata di Annozero rilancerà il teorema, che sembra riaffiorare, di responsabilità di ambienti imprenditoriali del nord nelle stragi del ’92 (e non è difficile immaginare quali, visto che su questo filone si era già esibito un pm che si era spinto a diffidare Massimo D’Alema dall’intraprendere un confronto sulle riforme costituzionali con i mandanti di quelle stragi…).
Insomma, si ritorna da capo. La Consulta si è piegata e si è assunta una grave responsabilità."
Per una storia del lodo o dei lodi ecco un link:
Storia del Lodo, da Scalfaro ad Alfano passando per Maccanico

domenica 4 ottobre 2009

La logica non ha partito

Una Berlinguer nel regime mussoliniano

Il marziano che sbarcasse stamattina a Roma, troverebbe sui giornali due notizie difficili da combinare.
Supponendo che - seppur marziano - sappia qualcosa della storia d'Italia, non gli sfuggirebbe il valore simbolico della nomina di Bianca Berlinguer a direttore di un tg Rai, all'unanimità e quindi con il voto della maggioranza di centrodestra. Oltre che una brava professionista, oltre che colonna storica di quella che un tempo si chiamò Telekabul, oltre che donna indefettibilmente di sinistra, Bianca è anche la figlia del più grande e popolare dirigente comunista italiano dopo Togliatti. Dell'uomo che, col suo martirio finale sul palco di Padova, fissò per sempre l'immagine migliore della sinistra italiana.

Ma, contemporaneamente, il nostro marziano leggerà anche che secondo l'Economist, il più serio e il più liberale dei giornali del mondo, mai dai tempi di Mussolini la libertà di informazione era stata così a rischio in Italia, perché mai dal fascismo in poi «l'interferenza del governo nel sistema dei media era stata più sfacciata e allarmante».

Il nostro marziano resterebbe un po' sbigottito dalla contraddizione tra la denuncia del regime mussoliniano e la nomina della Berlinguer.

Ma se il marziano decidesse di sedersi davanti alla tv per una serata di relax, assisterebbe su Raidue all'intervista in prime time di una prostituta che dichiara di aver fatto sesso a pagamento con il capo del regime, quel Berlusconi lì di cui parlano tutti, a casa sua. E a quel punto non ci capirà più niente: insomma, l'Italia è un paese paragonabile alla Bulgaria, in quanto a indipendenza dei media, o è una democrazia casinara e chiacchierona quante altre mai? Il regime sta imbavagliando i giornalisti - «muzzling», come dice il titolo dell'Economist - oppure i giornalisti non parlano d'altro che del regime e dei suoi vizi?

Spiegare a un marziano come stanno veramente le cose è difficile. E, a quanto pare, stavolta è difficile spiegarle anche all'Economist, caduto in uno dei suoi rari strafalcioni da superficialità. Quando scrive che mai l'Italia aveva vissuto tanta ingerenza sui media da parte del regime berlusconiano, il settimanale deve aver infatti dimenticato quarant'anni di regime democristiano. Ci sono stati tempi - cari colleghi londinesi - in cui in Italia c'era un solo canale e tutto dc, si licenziavano Dario Fo e Franca Rame in tronco da Canzonissima perché si erano permessi una blanda ironia sul governo, tutti i giornali erano filo-governativi, l'opposizione comunista era censurata sistematicamente, ed esisteva letteralmente un solo giornale che si poteva permettere di criticare il governo (si chiamava l'Unità, e io me lo ricordo bene, perché è lì che negli anni 70 ho cominciato a fare il giornalista). Il grado di libertà di informazione che si respira oggi in Italia è incommensurabile con quella lunga epoca - che proprio Berlinguer definì «una cappa di piombo» che gravava sul paese. E un settimanale come l'Economist non può avere amnesie storiche di queste proporzioni.

Naturalmente, è perfino ovvio che in Italia le peculiari condizioni in cui si esercita la libertà di informare sono profondamente diverse da quelle degli altri paesi europei di antica e consolidata democrazia. E la ragione fondamentale sta nel fatto che il proprietario del polo privato della tv è il capo di un partito politico che quando vince le elezioni comanda anche nel polo pubblico. Questa è un'anomalia di seria e perdurante gravità. Che però potrebbe essere risolta in un solo modo: strappando il polo pubblico al controllo della politica, e consentendo a qualche altro polo privato di concorrerere sul mercato. L'Economist dovrebbe domandare alla sinistra perché questa ovvia soluzione, radicalmente anti-berlusconiana, non è stata da essa mai proposta né sostenuta.

La risposta sarebbe che la sinistra non vuole rinunciare a comandare in Rai quando le elezioni le vince lei, e comunque su Raitre anche quando non le vince (il marziano resterebbe ancor più stupito se seguisse in tv, oltre a Santoro e Travaglio, anche Fazio, Dandini, Lerner, Gruber, ecc. ecc.).
È anche vero che gli standard informativi dei nostri tg sono miserandi, sia in termini di completezza dell'infomazione sia in termini di pluralismo (con l'eccezione di Sky, che però non può esser messa tra parentesi), per la semplice ragione che gli editori (politici) dei tg se ne fregano di completezza e pluralismo.

È poi vero che la qualità dell'informazione televisiva non si giudica solo dai tg, e che nei programmi pomeridiani sia di Rai sia di Mediaset si assiste a un festival di demagogia sguaiata e brutale, si incita al razzismo, si celebra la fatuità, si educano intere generazioni allo spirito acritico e debosciato tipico dei regimi, contribuendo a fare della nostra democrazia sempre più una democrazia senza cittadini (anche se su questi programmi nessuno protesta, purché Annozero vada in onda).

Ed è infine vero che Silvio Berlusconi passa un numero sconsiderato di ore a studiare sconsiderate azioni contro la libertà di informazione, per ottenerne in genere solo l'effetto opposto, la santificazione dei suoi torturatori. Sia citando per danni i giornali che si occupano della sua vita sessuale, sia mandando avanti il governo a impicciarsi di programmi Rai quando essi sono già sotto la sua vigilanza (visto che in parlamento ha la maggioranza), sia blaterando contro i giornalisti a lui sgraditi ogni volta che si trova in Bulgaria o nei dintorni.

La sua vera e propria ossessione per i media - non per niente è un tycoon che si è fatto fondando una tv - lo rende dunque il bersaglio perfetto dell'opposizione, e trae in inganno perfino rigorosissimi giornali come l'Economist. Non è escluso che Silvio Berlusconi, se potesse, sarebbe un dittatore. Ma l'Italia è un paese troppo grande e troppo libero perché egli possa essere molto di più che un dittatore da operetta. Prova ne sia, cari colleghi dell'Economist, che in quindici anni ha perso due elezioni su tre, e in entrambi i casi controllava la Rai proprio come ora.

I giornalisti italiani che scenderanno domani in piazza per dar ragione all'Economist non sono in effetti molto liberi, ma lo sono un po' di più di quel collega della Bbc che fu licenziato dopo un processo perché aveva accusato Tony Blair di mentire sull'Iraq (da noi, un giudice ha invece reintegrato Santoro in Rai). E io, giornalista che in piazza non andrà, se permettete mi sento un po' offeso se da Londra mi danno dell'imbavagliato. Se lo fossi mi licenzierei, non chiederei aiuto alla Fnsi per farmi rinnovare il contratto, come ha fatto Travaglio.

(Antonio Polito, Il Riformista, Venerdì 2 Ottobre 2009)

venerdì 2 ottobre 2009

La libertà che dovremo avere (in futuro)

giovedì 1 ottobre 2009

La libertà che vorrei (avere)

Una lezione che tutti dovremmo imparare: prima, dopo o durante il nostro "degree study" (anche se comunque troppo tardi).

lunedì 28 settembre 2009

Chapeau

Lettura fondamentale per tutti, da destra a sinistra.
http://www.francodebenedetti.it/User/index.php?PAGE=Sito_it/giornali_dettaglio&art_id=3103